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L’università diventa Asl


di Anna Simone

Diciamolo subito per fugare qualsivoglia tipo di equivoco. I problemi stratificatisi nel corso degli anni all’interno degli atenei italiani sono: la gerontocrazia e lo strapotere di alcuni "baroni", l’omologazione dei saperi in funzione di un presunto mondo del lavoro (meglio sarebbe dire del non-lavoro) ovvero la progressiva sparizione del "sapere critico", l’asservimento muto di molti ricercatori precari mediocri che hanno sopportato tutte le angherie del sistema pur di raggiungere una sedia da ricercatore a vita, la precarizzazione sistemica di un’intera fascia generazionale (che va dai 25 ai cinquant’anni) che dopo aver fatto dottorati, post-dottorati, assegni di ricerca, contratti di docenza, si ritrova per strada senza uno straccio di ammortizzatore sociale.

Il lavoro cognitivo, infatti, non è ancora ritenuto "lavoro", nel vecchio senso della parola, dai format delle tipologie contrattuali sopra esposte. I dottorati e i post-dottorati sono solo "borse di studio", i contratti di docenza sono "lavoro autonomo", gli assegni di ricerca sono "contratti di collaborazione a progetto". In sintesi i ricercatori, sui quali si basa l’Università, sono finora stati manodopera low cost in balia di un "futuro" che non arriva mai e degli strapoteri dei propri "capi". Nulla, insomma, che possa essere annoverabile all’interno dell’alveo della "qualità della ricerca" e della relativa "libertà" dei ricercatori.

Di tutto questo la Gelmini sembra proprio non accorgersene, stando alle linee fondative dell’ennesimo Ddl approvato in fretta e furia ieri. O meglio se ne accorge, ma solo in parte.

Nei fatti la ricerca sparisce dall’Università che diventa a pieno titolo una sorta di Asl del sapere. Dopo l’elenco delle Università virtuose e delle Università viziose (quelle che non hanno un buon bilancio economico) arriva anche la figura del Manager. A partire da questa riforma, infatti, i finanziamenti elargiti agli atenei virtuosi e negati ai viziosi, verranno direttamente gestiti da un "direttore generale" calato dall’esterno (deciso dal Ministero afferente o scelto per concorso?), il quale sostituirà la classica figura del "direttore amministrativo". Il senato accademico potrà solo intervenire sul piano scientifico, mentre il consiglio di amministrazione (composto al 40% da membri esterni) dovrà avere tutta la responsabilità delle spese.

Dopo l’Università Ikea basata sui saperi componibili, arriva quindi l’Università gestita secondo il modello Asl. Una privatizzazione "soft" che sdogana una volta per tutte il rapporto pubblico-privato basato sostanzialmente sul principio managerialistico. Chi avrà un manager bravo avrà accesso ai finanziamenti statali, chi ha un manager stile Calisto Tanzi, finirà all’inferno con tutti i filistei, ovvero con tutta la pletora dei ricercatori precari. Questi ultimi, infatti, dopo aver espiato già il purgatorio dei contratti "atipici", con la riforma vedono sfiorire del tutto l’ipotesi di essere assunti a tempo indeterminato. Il Ddl prevede solo dei contratti da ricercatore a tempo determinato (3 anni 3). Se alla fine di questa ennesima precarizzazione della ricerca lo sfortunato di turno non viene considerato "idoneo" da un gruppo di docenti ordinari e quindi degno di diventare subito professore "associato", viene abbandonato al proprio destino.

In sintesi, pur avendo aumentato lo stipendio dei ricercatori precari, non si interviene né sulle tipologie contrattuali, né tantomeno sullo strapotere degli ordinari. Almeno per quel che concerne la loro facoltà di giudizio sui ricercatori. Anche se non "gira bene" neppure per gli stessi ordinari. Il Ddl, infatti, prevede almeno qualcosa di buono. E cioè che questi ultimi debbano assolvere il proprio compito, con tanto di rendicontazione, per almeno 1500 ore all’anno e che vengano sottoposti al giudizio degli studenti ovvero l’unico vero "corpo sovrano" dell’Università (non foss’altro perché sono gli unici a pagare le tasse per avere in cambio un servizio).

I "tornelli" sono stati risparmiati, ma davvero poco ci manca. Il criterio del "merito", infatti, non risparmia nessuno tranne i Manager mandati a gestire le nuove Università-Asl. Una riforma tutta fondata su due criteri di massima: la meritocrazia che di fatto diventa il disciplinamento del corpo docente e la gestione finanziaria. Dei saperi neanche l’ombra. O meglio possiamo dire con un margine alto di certezza che da questo momento in poi nelle Università girerà, come uno spettro, "l’ombra stessa dei saperi". Gli studenti diventano degli "utenti", i docenti diventano degli "operai" del sapere, i ricercatori degli "apprendisti" eventualmente da promuovere a operai, il tutto all’interno di una riqualificazione dei saperi e delle discipline che, all’interno di questa logica, trasformerà la filosofia in "marketing filosofico", la sociologia in "marketing della comunicazione", il diritto in "marketing giuridico".

E’ vero, l’Università aveva bisogno di essere riformata. Tuttavia non aveva bisogno di diventare una Asl, con tanto di reparto "geriatria" adibito alla solita gestione del potere.

da l’altro online

Posted in Rassegna Stampa.