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e se fosse l’anno della ricerca?

di Alessandro Sarti/ Franco Berardi

E se questo fosse, finalmente, l’anno della ricerca? L’anno della ricerca di una via d’uscita dal paradigma economicista che sta devastando il pianeta – ma anche, più semplicemente, l’anno in cui i lavoratori della ricerca si ribellano, e organizzano autonomamente il loro sapere.  Le due cose probabilmente non sono così diverse. Chi se non i ricercatori può cercare una via che ci conduca fuori dall’inferno?

Riuniti a Roma in assemblea il 17 settembre 2010 i ricercatori italiani hanno deciso il blocco delle attività didattiche. Nelle prossime settimane si deve puntare al blocco generalizzato della scuola e dell’università coinvolgendo gli studenti e il corpo docente. Facciamo per un anno dell’università e della scuola intera un laboratorio di immaginazione del possibile. La società europea ne ha bisogno.

L’anno accademico 2010-2011 va trasformato in un anno di riflessione sulla catastrofe presente e sulle vie d’uscita dalle politiche deflazioniste ed oscurantiste.  Un movimento capace di coinvolgere tutte le componenti del mondo universitario sarebbe un’occasione per restituire vitalità alla società italiana ma anche un elemento strategico di ricomposizione dell’intelligenza sociale contro le politiche neoliberiste.

Poco tempo dopo il collasso finanziario della primavera 2000, dopo la crisi delle dotcom e il crollo di giganti tecno-finanziari come Enron e World.com, Christian Marazzi scrisse un articolo sul pericolo della rottamazione del general intellect.  Attenzione, diceva Marazzi, il nuovo gruppo dirigente americano bushista rappresenta il ritorno della old economy petrolifera e guerriera al comando del sistema globale. Le cose sono andate proprio così. L’alleanza tra lavoro cognitivo e capitale finanziario, che negli anni ‘90 aveva realizzato la rivoluzione della rete, era rotta. Cominciava l’attacco contro il lavoro cognitivo: impoverimento, precarizzazione, devastazione psichica e sociale. La Carta di Bologna del 1999 sanciva la sottomissione del sapere al profitto, ne faceva principio ispiratore di una nuova organizzazione del sistema universitario.

Quella tendenza oggi appare in pieno dispiegamento: riduzione del finanziamento della ricerca, manipolazione e militarizzazione della ricerca finanziata dallo stato ma sempre più sfruttata dalle imprese private, e parallelo impoverimento e precarizzazione del lavoro cognitivo.

Obiettivo prioritario della classe dirigente europea è la stratificazione e l’asservimento del lavoro cognitivo attraverso l’uso del precariato. In tutta Europa la riproduzione dell’apparato universitario si fonda su una massa enorme di lavoro precario sottopagato o non pagato affatto. Adesso è il momento di fermare questa macchina, è il momento di fare dell’università quello che essa è costitutivamente: un luogo di conoscenza impregiudicata, un luogo di condivisione pubblica dei saperi.

Nei vari paesi europei l’attacco contro il ciclo della ricerca e del lavoro cognitivo segue linee differenti ma convergenti.  In Italia si verifica un puro e semplice disinvestimento, un taglio drastico delle risorse per la scuola pubblica e per la ricerca. In altri paesi, ad esempio in Francia il finanziamento alla ricerca viene invece discriminato, per favorire quei progetti di ricerca che si traducono in profitto economico, mentre vengono disincentivati i settori della ricerca che non dipendono in maniera diretta dagli interessi della crescita. Una situazione esemplare è quella che si è sviluppata negli ultimi mesi all’Ecole Polytechnique di Parigi. L’anno scorso Sarkozy ufficializzò lo stanziamento di tredici miliardi di euro per la ricerca (mentre la Gelmini in Italia riduce di otto miliardi il finanziamento per il comparto scuola). I tredici miliardi sono destinati a una generale trasformazione del sistema della ricerca francese. Prima aveva pensato di eliminare il CNRS, che per decenni ha garantito il carattere pubblico della ricerca e la possibilità di accesso ai finanziamenti senza discriminazioni di contenuto. Poi ha invece preferito elargire il finanziamento alla condizione che le disponibilità finanziarie venissero subordinate a un criterio di tipo economico. Solo se la ricerca è utile alla crescita economica può attingere ai fondi del Ministero.

L’idea che “il futuro è la ricerca industriale” non è meno pericolosa di quella puramente e semplicemente devastatrice del governo Berlusconi. Il governo italiano distrugge il sistema della ricerca, e le conseguenze si vedranno ben presto: barbarie e crollo della produzione di saperi.

Il governo francese invece introduce un principio di discriminazione fra i ricercatori sulla base della loro disponibilità a subordinare la loro attività a un obiettivo extra-scientifico, quello del profitto economico. Si instaura così un processo ricorsivo: con delle strategie di governance della ricerca i finanziamenti vengono erogati a quei soggetti che praticano  la ricerca della governance.

L’effetto sarà meno deflagrante e rapido di quello italiano, ma nella sostanza l’attacco sarkozysta è più violento e profondo, perché cancella in linea di principio la libertà della ricerca e introduce un criterio di valutazione extra-scientifico (quello della redditività immediata).

Non si tratta di sottigliezze, ma di una questione centrale: la ricerca non può essere sottoposta a nessun criterio discriminante, meno che mai quello della redditività, perché la sua funzione è proprio quella di esplorare vie non esplorate e di rendere possibili alternative concettuali scientifiche e tecnologiche.

La ricerca ha il compito di aprire porte a soluzioni paradigmatiche che permettano di uscire dai vicoli ciechi. I vicoli ciechi si stanno moltiplicando nel pianeta dopo trent’anni di devastazione neoliberista. Solo la ricerca può forse trovare soluzioni tecniche e concettuali che sono inimmaginabili entro il quadro presente. Si pensi alla crisi ambientale provocata dall’ossessione economicista del petrolio e dell’automobile. Il riscaldamento globale, la degradazione degli ecosistemi, il collasso delle metropoli – tutti questi problemi non hanno soluzione entro il campo delle possibilità esistenti e visibili.

La ricerca può trovare soluzioni che entro questo quadro non sono immaginabili, a patto di non dipendere strettamente dagli interessi economici dominanti, e quindi dai paradigmi che essi incarnano.

Si apre qui una questione che ha carattere epistemologico ancor prima che politico. L’autonomia della ricerca non è un principio meramente politico, giuridico, formale. E’ la condizione della sua produttività conoscitiva.

Il pensiero dominante, vuole ridurre la ricerca a elemento di governance della complessità. L’ideologia della governance si fonda sulla naturalizzazione del criterio economico. L’economia pretende di farsi linguaggio universale, mentre essa non è che un sapere fra gli altri.  Il ruolo normativo che l’economia ha assunto negli ultimi decenni è del tutto abusivo sul piano epistemico, oltre che devastante sul piano sociale. La ricerca deve esplorare concatenazioni conoscitive tecniche e sociali del tutto irriducibili al principio economico, altrimenti non è più ricerca, ma soltanto gestione tecnica.

La crisi che investe l’Europa prepara un grande sconquasso. Le destre alimentano tendenze populiste, razziste, aggressive. Un movimento della ricerca potrebbe aprire una prospettiva nuova, spostare l’attenzione dalle ossessioni ripetitive verso la scoperta del possibile.

Per questo abbiamo bisogno di tempo e di spazio. Il tempo sia l’anno accademico che sta cominciando. Lo spazio siano le università europee, trasformate in laboratorio di una ricerca senza dogmi.

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