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La produzione ai tempi del capitalismo cognitivo: il lavoro salariato non è un bene comune.
Flessibilità: dentro e fuori la fabbrica
Dopo aver descritto alcune forme che assume il lavoro contemporaneo tenteremo di trarre alcune conclusioni, anche in relazione alla domanda che pone il titolo del seminario: “Il lavoro è un bene comune?”.
A questo proposito andremo ad analizzare alcuni modelli già precedentemente introdotti, “il modello pomigliano”, “il lavoro cognitivo”, e vedremo come questi due modelli, l’uno applicato alla fabbrica e l’altro alle forme di lavoro cognitive e/o immateriali, non esemplifichino due processi separati, ma vadano a definire in maniera complementare il contesto di lavoro e di vita entro cui ci muoviamo e caratterizzato da dinamiche di gerarchizzazione, precarizzazione e ricatto.
Il modello Pomigliano
Iniziamo innanzitutto accennando ad un discorso emerso nell’inchiesta e tipici del c.d. Modello pomigliano. Questo modello non si caratterizza unicamente a partire dalla ridefinizione dei ritmi di lavoro, delle ferie, del pagamento; è bensì una riorganizzazione complessiva della fabbrica e della sua gestione, una riorganizzazione portata avanti però non da tutt* quell* che vivono la fabbrica ma solo da Marchionne, l’A.D., e dal suo think thank. Elemento costituente è la retorica della “comunità- fabbrica”. Il modello pomigliano cambia l’approccio alla realtà: “ribalta la prospettiva classica che attribuisce al progettista e all’ingegnere di produzione il compito di mettere in sequenza fasi, procedure e attività, per distribuire le funzioni a tutti gli operatori, in particolar modo agli operai che sono a più diretto contatto con la produzione”7. Viene cioè valorizzato il cosiddetto “sapere operaio”, quel bagaglio di conoscenze che solo una pratica quotidiana entro la fabbrica, un duraturo contatto con le macchine e con le dinamiche del lavoro può dare. Il concetto chiave è quindi la partecipazione, ma declinata secondo una particolare retorica, quella della condivisione cognitiva ed emotiva degli obiettivi di fabbrica: “il WCM mostra tutta la sua potenzialità quando diventa un abito mentale, quando anche l’ultimo operaio guarda al suo lavoro in modo nuovo e si interroga su come può essere fatto per produrre meglio, con minor fatica, senza spreco”8.
Questo implica la creazione di un immaginario, di un nuovo modo di guardare la realtà, una vera e propria nuova coscienza che modifichi lo sguardo che si rivolge al luogo di lavoro, ed in tal senso si spiega la scientifica e massiccia campagna intesa alla creazione della Nuova Pomigliano: “lo stabilimento acquista un nome dal valore evocativo- Giambattista Vico- e, come per gli altri siti produttivi, un logo capace di richiamare elementi simbolici e valoriali di riconoscimento, pubblicità motivazionale in fabbrica relativa agli obiettivi aziendali e una nuova tuta bianca per gli operai”9. Quindi una nuova formazione, nuove regole, un vero e proprio “lavaggio del cervello”10 finalizzata all’ipersfruttamento, così come lo definisce il sociologo Luciano Gallino in un articolo uscito su Repubblica il 14 giugno 2010, La globalizzazione dell’operaio. La retorica della “comunità- fabbrica” è qui funzionale all’occultamento di diverse dinamiche, alquanto reali e concrete, presenti in fabbrica. Anzitutto, e ad un livello più intuitivo, occulta i reali rapporti gerarchici tra gli individui che si trovano dentro la fabbrica: l’addetto alla gestione delle risorse umane sovrasta gerarchicamente l’operaio, l’amministratore delegato ha potere su ambedue. La comunità non è un blocco opaco, come si vorrebbe, dove all’interno tutti hanno le medesime possibilità; ma è in realtà attraversata da diversi rapporti di potere e ogni soggetto è situato in maniera più o meno svantaggiosa in relazione ad esse. La comunità- fabbrica tende inoltre a far scomparire la costitutiva conflittualità delle relazioni intersoggettive, specie in un contesto come quello della fabbrica.
La retorica della comunità- fabbrica è quindi funzionale da un lato al disciplinamento, perseguito anche con i metodi classici del ricatto (licenziamento, spostamento al “reparto confino” di Nola, sanzioni disciplinari) e dall’altro allo sfruttamento, che assume le forme della metrica, dell’ergonomia e della turnistica11. Per quanto riguarda la nuova metrica, applicata a Pomigliano sin dal 2003, essa comporta “un’accelerazione dei tempi di lavoro e un’introduzione di un numero maggiore di operazioni nella stessa unità di tempo, con conseguenze sensibili in termini di affaticamento e stress”12. L’introduzione di questa nuova metrica, detta Tmc-2, deriva poi da una decisione autocratica e unilaterale da parte dell’azienda. D’altra parte l’ergonomia, la scienza che studia il rapporto uomo- macchina nella catena di montaggio al fine di ridurre la fatica e individuare le posizioni più comode, viene utilizzata secondo il principio per cui lavorando comodamente si lavora di più e si fanno meno pause13.
L’ultimo elemento che prenderemo in considerazione nell’analisi del modello pomigliano è la flessibilità, che rappresenta la principale merce di scambio messa sul tavolo in cambio degli investimenti. Marchionne stesso afferma di ispirarsi, di avere come modello una “flessibilità bestiale”14. Flessibilità significa in questo caso funzionalizzazione degli stabilimenti alle esigenze di mercato, da seguire immediatamente e adattandosi ad ogni sua richiesta: “in un ambiente economico sempre più caratterizzato dall’imporsi di catene del valore globale, integrate da circuiti finanziari altrettanto globali, le nuove forme della produzione esigono lo smantellamento degli ostacoli che impediscono alle imprese di reagire con immediatezza alle esigenze di mercato e di partecipare al grande gioco della competizione mondiale”15. Nel particolare caso di Pomigliano la flessibilità bestiale si declina attraverso un ridefinizione di orari straordinari, che saranno ora gestiti prevalentemente dall’azienda e non dal lavoratore e dall’introduzione di nuovi turni.
Altri elementi notevoli, ma che per motivi di tempo non ci è possibile sviluppare, sono quello della mobilità e del diritto di sciopero.
Pomigliano fuori da Pomigliano
Questa ampia introduzione serve a farci comprendere come molte delle dinamiche che si sta tentando di introdurre a Pomigliano e Mirafiori, e in tutte le industrie in genere, siano in realtà già consolidate all’esterno della fabbrica.
Partiamo dal primo elemento: la valorizzazione della produzione comune, della ricchezza sociale. Petrillo, nel suo intervento al seminario della settimana scorsa, portava l’esempio del barbone giapponese che era diventato un modello e su cui si era costruito un ampio merchandising. Parlava poi di alcuni quartieri di Berlino, vissuti da artisti, che venivano poi cacciati e le cui abitazioni venivano rivendute e valorizzate. Ma non veniva venduto l’appartamento o il mero luogo fisico, bensì l’aria che si respirava lì, l’atmosfera. Ciò che accade oggi, in fabbrica e fuori, è la tendenza a fare profitto a partire dalla ricchezza che si crea socialmente, la capacità da parte degli attori del mercato di intercettare, valorizzare e monetizzare questa ricchezza sociale. In alcuni casi, si veda la situazione dell’Eutelia, è il lavoratore in quanto tale a costituire un vero e proprio capitale, da investire anche finanziariamente.
La retorica comunitaria è tipica di alcune forme di lavoro cognitivo: si veda il luogo comune dell’automotivazione basata sul ritornello “siamo i più forti” che ha luogo nei call center.
Cifra comune a Pomigliano e al lavoro postfordista (cognitivo, si vedano i lavoratori universitari, o quelli dei call center) è poi quella della ricattabilità e dell’estrema flessibilità. Tale flessibilità viene imposta per rendere l’azione dell’azienda o della fabbrica immediatamente funzionale alle esigenze di mercato. I contratti a tempo determinato, i co.co.co. e i co.co.pro. trovano in questa funzione il proprio senso. Questo due elementi hanno la loro radice, molto probabilmente, nella difficoltà insita nell’organizzare i lavoratori nelle forme di lavoro oggi prevalenti, a tempo determinato, a progetto, contratti di collaborazione. I lavoratori non condividono infatti i tempi, le forme di vita e sono invece atomizzati. Si può in un certo senso affermare che il modello pomigliano sia servito a condurre nella fabbrica, precedentemente garantita e protetta dalle fortissime lotte operaie, l’ipersfruttamento e l’estrema flessibilità tipiche del postfordismo e del mondo del precariato.
La flessibilità che si vorrebbe far raggiungere a Pomigliano esiste già per quanto riguarda il lavoro fuori dalla fabbrica, e a Perugia ne abbiamo moltissimi esempi: Umbria Jazz, Eurochocolate o l’International Journalism Festival. In questi eventi viene contrattualizzata (o, in alcuni casi, si offre gratuitamente e volontariamente) una gran massa di forza lavoro solo per il periodo in questione e, grazie ai contratti a progetto, di collaborazione o a tempo determinato, viene scaricata immediatamente dopo. Cosa chiedere di meglio?
Il lavoro è un bene comune?
Date queste condizioni la domanda che da il titolo al seminario diventa stringente. Un operaio da noi intervistato ai picchetti del 28 ci dice che il suo lavoro è alienante; un operaio di Pomigliano dice: “il mio non è un lavoro, è la ripetizione di un gesto fisico: cinquecento volte, per sette ore e mezza, senza potersi muovere dalla postazione. Le postazioni sono dislocate a quattro metri l’una dall’altra, così non puoi interloquire con il collega. Sei da solo, non ti puoi muovere, ma quando hai acquisito padronanza del gesto la mente non sta più a pensare quello che fai, già dopo il quarto o il quinto pezzo sei altrove, che vaghi con la mente”16.
Per comprendere in che senso l’operaio di Pomigliano dica che il suo non è lavoro è necessario operare una distinzione nella semantica, nel senso, di questo termine. Se da un lato infatti per lavoro si intende lavoro salariato, come può essere quello di fabbrica, lavoro nel senso capitalistico del termine; dall’altro lato lavoro, nel senso antropologico- filosofico del termine, significa libera attività consapevole, significa trasformazione del mondo attraverso la propria prassi, significa soddisfazione del bisogno. In quest’ultimo senso passare del tempo a fare del bricolage, scrivere un libro o una poesia, costruirsi da soli la propria casa, badare ai propri nonni sono lavori, pur non essendo salariati. Viceversa inserire un bullone in una portiera innumerevoli volte al giorno può difficilmente essere definito come lavoro in quest’ultimo senso.
Ecco che se si vuole parlare di lavoro come bene comune o, meglio, di comune, è necessario che si specifichi di cosa si sta parlando. Nessuno può concedere valore a qualcosa che non è lavoro ma propriamente alienazione, come il lavoro alla catena di montaggio, ma possiamo invece dire che il lavoro in senso antropologico- filosofico è un bene comune in quanto strutturale, coestensivo alla prassi umana. Certo è che la valorizzazione del lavoro in quest’ultimo senso implica un vero e proprio rivolgimento: staccare il lavoro dal salario, non considerarlo più unicamente o prevalentemente secondo la produttività, tenerne in considerazione le componenti di autonomia e libertà piuttosto che i rapporti gerarchici entro cui esso si svolge.
Nell’economia fordista, col modello keynesiano e il compromesso socialdemocratico, si era creato un legame tra lavoro, salario e diritti. Questo compromesso stipulato tra i due attori che potremmo definire lavoro e capitale ha retto all’incirca trent’anni, dal 1945 alla metà degli anni Settanta, spazzato dalle diverse crisi energetiche e dalla nascita e proliferazione della produzione immateriale e coi processi di mondializzazione. Ad oggi non è più pensabile legare i diritti al lavoro, anche perché la piena occupazione, quasi raggiunta nel trentennio in oggetto (per piena occupazione si intende ovviamente disoccupazione a livelli bassissismi, 6% o meno) è oggi solo un lontano ricordo. È invece necessario, considerando anche le trasformazioni nei processi produttivi -vedi la creazione sociale della ricchezza e l’intermittenza del lavoro salariato- accompagnare i periodi salario con misure nuove quali il reddito di esistenza.
Video Audio Grafica Inchieste – Perugia
Giacomo Ficarelli
7Fondazione Centro per la Riforma dello Stato (Gruppo Lavoro) (a cura di), Nuova Panda schiavi in mano, DeriveApprodi, Roma 2011, p. 63.
8G. Volpato, Fiat Group Automobiles. Un’araba fenice nell’industria automobilistica internazionale, Il Mulino, Bologna 2008, p. 173.
9Fondazione Centro per la Riforma dello Stato (Gruppo Lavoro) (a cura di), op. cit. p. 67.
10Cfr. Nuova Panda schiavi in mano, op. cit. pp. 73- 80.
13Ambivalente è quindi la funzione dell’ergonomia e, in genere, della tecnologia che, se da un lato può servire a diminuire lo sforzo umano, dall’altro può rendere scientifico e quindi sempre più capillare l’asservimento di quest’ultimo. L’uso che se ne fa dipende dai rapporti di forza tra le parti interessate: se sono forti gli operai si tenderà verso il primo utilizzo, se è forte l’azienda verso il secondo.
14D. Cresto- Dina, Ecco il metodo- Marchionne, “la Repubblica”, 15 ottobre 2007. Curiosamente, l’articolo risale a quando tutta la sinistra tesseva le lodi di Sergio l’innovatore. Tra gli apprezzamenti anche quello di Bertinotti, che coniò in suo onore la definizione di “capitalista buono”.
15Fondazione Centro per la Riforma dello Stato (Gruppo Lavoro) (a cura di), op. cit. p. 90.
16Aa. Vv., Catena di smontaggio, “Monitor Napoli”, anno 5, n. 34, settembre 2010, p. 7.
Bibliografia
- Fondazione Centro per la Riforma dello Stato (Gruppo Lavoro) (a cura di), Nuova Panda schiavi in mano, DeriveApprodi, Roma 2011
- A. Gorz, Miserie del presente, Ricchezza del possibile, Manifestolibri, Roma 2009.
- C. Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti nella politica, Casagrande / Bollati Boringhieri 1995.
- C. Morini, Per amore o per forza, ombre corte
- G. Roggero, La produzione del sapere vivo, ombre corte, Verona 2009.
- A. Tiddi, Precari, DeriveApprodi, Roma 2002.