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“I compartecipi e gli arrabbiati” – Dossier Università/ micropolis

di Renato Covino

Al momento in cui scriviamo non sappiamo se “la riforma” Gelmini concluderà il suo iter parlamentare.

L’esito favorevole a Berlusconi del voto di fiducia e l’impossibilità d’imboscate al Senato deporrebbero a favore di tale ipotesi. Ma, si sa, il futuro è nelle mani di Giove e il casino in cui versa la politica italiana induce a pensare che in ogni caso ci saranno ulteriori contorcimenti.

D’altro canto è già stato rilevato che la legge è una sorta di mostro giuridico. Consta di 25 articoli e di 500 commi, che per buona parte hanno bisogno di regolamenti attuativi. Prima che divenga operativa occorreranno mesi di lavoro e di discussione, scontando nuove proteste.

Tuttavia, il dibattito sulla “riforma” ha già sortito i suoi effetti. Oggi nessuno ne mette in discussione i cardini eccetto gli studenti, tuttavia al centro della loro protesta non è tanto l’articolato della legge, quanto una condizione giovanile destinata a diventare sempre più precaria e incerta. Non a caso il dibattito si è concentrato soprattutto sul “furto di futuro” che il Governo, le politiche neoliberiste e le generazioni precedenti hanno realizzato nei loro confronti. I punti controversi, semmai, sono relativi alla posizione dei diversi spezzoni della corporazione, in rapporto alla nuova definizione dell’istituzione e ai finanziamenti messi a disposizione della struttura.

Quali sono i punti condivisi? Il primo, e più evidente, è la fine dell’università di massa, ossia del diritto per tutti all’istruzione superiore. Per quasi un quarantennio questo concetto, una delle eredità del ‘68 – che non a caso viene demonizzato – è stato sostanzialmente condiviso. L’università non era solo il luogo della riproduzione delle classi dirigenti, intese in senso lato, ma anche un pezzo dello stato sociale.

Questa ispirazione è stata messa in soffitta da tutti, sia da destra che da sinistra, sostituita da quella viscida e classista di “meritocrazia”. Non è un fenomeno solo italiano, ma europeo.

La punta di lancia è la Gran Bretagna che triplica le tasse da 3.000 a 9.000 sterline. In Italia si prevede una riduzione degli iscritti che andrebbe dagli attuali 1,5-2 milioni ai circa 700-800mila. Ne consegue un sostanziale dimagrimento delle strutture: meno professori, meno sedi, ecc.  Ovviamente ciò presuppone anche una struttura più “elastica” – e quindi l’aumento dei precari – gerarchizzata e territorializzata, con l’intervento di enti locali, fondazioni bancarie, ecc. Chi investirà avrà un vantaggio competitivo maggiore, gli altri avranno università di minore caratura e con titoli di minore valore. L’ingresso dei privati nei consigli d’amministrazione è finalizzato a tale progetto.

Non facciamoci confondere però: dietro questo disegno non c’è solo e tanto il governo di centrodestra, che al momento ha il problema di fare cassa, quanto Confindustria, il sistema bancario, ecc. oltre che la conferenza dei rettori (a proposito della campagna contro i baroni) che è la vera ispiratrice della legge.

A ciò si collega la questione della ricerca. È vero che da anni le risorse per la ricerca stanno diminuendo e si stanno differenziando tra le diverse università, oltre che tra i vari settori disciplinari. E, tuttavia, l’obiettivo è deprimere la ricerca di base per favorire quella applicata, finalizzata non solo alla produzione, ma più in generale al funzionamento economico del sistema. Insomma la ricerca di base, soprattutto quella non finalizzata a tali obiettivi, è considerata un lusso, a meno che non sia indirizzata alla riproduzione dell’ideologia dominante.

Sono questi gli assi del disegno di legge Gelmini. Al suo interno si collocano – dicevamo – tutti i soggetti in campo. Ognuno cerca di ritagliarsi, a torto o a ragione, uno spazio. Prendiamo gli studenti organizzati, quelli che partecipano alle elezioni: il loro obiettivo è di contrattare, all’interno del quadro dato, piccoli miglioramenti della condizione studentesca (bloccare l’innalzamento delle tasse, appelli più frequenti, servizi migliori, ecc.). Analoga è la situazione dei ricercatori di ruolo, che puntano sostanzialmente ad avere concorsi riservati. Simile è la situazione per le singole sedi, che cercano di ottenere qualche milione in più per il loro funzionamento e che, in sostanza, hanno deciso di rivolgersi ai diversi poteri locali (politici ed economici) per assicurasi la sopravvivenza.

Al di là delle apparenze, insomma, esiste un diffuso senso comune di cui tutti sono compartecipi. Il punto in discussione è se la “riforma” debba essere a costo zero oppure occorra metterci sopra qualche soldo, decidendo, nel caso, a favore di chi. Come abbiamo già scritto, fuori da tale quadro ci sono solo una parte dei giovani che frequentano l’università e i precari. C’è, però, nella loro protesta un elemento di debolezza che sarebbe sciocco non sottolineare.

Si tratta di una rivolta che parte da una condizione umana senza futuro, anzi con un futuro privo di qualunque speranza. L’aggancio con la riforma è per molti aspetti casuale, non centrale.

Il movimento non riesce, come non è mai riuscito nel passato, a divenire politico, di massa, organizzato, non sembra in grado di strutturarsi nazionalmente, di darsi una caratterizzazione che superi la dimensione della protesta, caratterizzandosi come mo-mento permanente di contestazione di un’istituzione ancora centrale nelle società contemporanee. È quindi destinato ad esaurirsi e a risorgere – come un’araba fenice – tra qualche anno. Intanto i processi degenerativi rischiano di andare avanti. Sperare che li blocchi la sinistra politica è un’illusione, come c’è poco da sperare da un cambio di governo.

Se potessimo dare un consiglio ai giovani che in queste settimane si sono battuti nelle strade, nelle facoltà, sui tetti dei monumenti, sarebbe quello di contare solo sulle proprie forze.

Posted in Rassegna Stampa.